Trigger: azionatori del comportamento

Inizia ad utilizzare i trigger nei tuoi prodotti!

Le abitudini, sia quelle buone che quelle cattive, non si creano ma si sviluppano.

Esattamente come un’ostrica che accumula, strato dopo strato, la madreperla sul granello di sabbia, considerato corpo estraneao all’interno del proprio guscio dove l’agente esterno è l’attivatore del processo. E’ quindi un trigger, qualcosa che genera un’azione: che ce ne rendiamo conto oppure no, i trigger ci spingono a compiere delle azioni.

Trigger Esterni

A livello di merketing conosciamo quatto tipologie di trigger tra i quali:

  • Trigger a pagamento: pubblicità, advertising, SEM sono i più conosciuti ed utilizzati meccanismi di attivazione; questa categoria di trigger funziona bene quando l’utente deve essere attivato nella prima interazione ma risultano, come ovvio che sia, costosi per le fasi di retention.
  • Trigger guadagnati: sono gratuiti ma richiedono tempo di implementazione in quanto provengono da relationi pubbliche con i principali canali mediatici. Possiamo fare riferimento a citazioni sulla stampa, contenuti che diventano virali, ranking ottenuto grazie a feedback e recensioni positive dei nostri utenti.
  • Trigger relazionali: derivano dal famoso buzzing, ovvero il passaparola tra gli utenti, che porta nuovi subscribers mediante classici inviti e rewards per ogni nuovo utente iscritto. In quest’ambito è molto importante stabilire dei comportamenti etici correttti per non incorrere in quelli che vengono definiti “dark pattern”: sono specie di inganni per innescare cicli retroattivi che, in una prima fase iniziale, portano una crescita esponenziale a scapito, però, dell’immagine di affidailità nei confronti dell’azienda.
  • Trigger di proprietà: la notifica di un app, una newsletter, un promemoria visivo o la richiesta di aggiornamento da parte di un’applicazione rappresentano trigger che l’utente ha attivato volontariamente e che, a sua discrezione, può disattivare in qualsiasi momento.

I trigger esterni rappresentano la prima fase di tentativo di interazione con l’utente: l’obiettivo di tali attivatori è quello di entrare in contatto ed attivare l’utilizzatore affinchè si possa sviluppare la fase successiva del trigger, ovvero, lo sviluppo di un abitutdine.

Trigger Interni

Sono quegli attivatori che non sono visibili, si manifestano automaticamente come un desiderio nella vostra mente: riuscire a collegare i trigger interni con un prodotto è l’obiettivo di ogni prodotto di consumo in ambito tecnologico.

In circostante e situazioni di noia, frustrazione, solitudine e anche dolore si attivano tali trigger in maniera automatica; un esempio?

Sei in coda in posta, seduto mentre attendi che compaia il tuo numero sul display: ti stai annoiando e, per passare il tempo, cosa fai? Facebook, Instagram o il tuo social preferito. Non è forse questa la risposta?

Non sono solo le emozioni negative ad attivare i nsotri trigger interni ma lo sono anche quelle positive! Stai trascorrendo un serata piacevole con gli amici, pizza, birra e tante risate (esempio banale lo so) e ti viene vogli di scattare alcune foto ed un paio di selfie. Che fai? Non li condividi? Eccolo, il trigger interno: il desiderio di condividere il tuo stato di felicità, allegria e compagnia.

Quali progettisti di prodotti abbiamo il compito di svilupparli con il compito di colmare quel gap che percepiamo in determinate circostante e situazioni strettamente correlate ad uno stato psicologico.

Se siamo in grado di alleviare uno stato d’animo, un disagio o un “prurito” ai nostri utenti, questi torneranno ad utilizzare il nostro servizio creando, di conseguenza, associazioni sempre più forti e meccanismi di attivazione automatici: da qui nasce l’abitudine.

Estratto da “catturare i clienti (Hooked)” di Nir Eyal

 

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