Figure ibride per una società ipertecnologica

La complessità della società ipertecnologica che stiamo vivendo richiede nuove competenze e figure ibride: il manager della complessità diventa la nuova definizione di chi saprà, oggi e domani, affrontare in maniera dinamica il cambiamento dettato dalla trasformazione digitale e dai relativi modelli di business.

Il lifelong learning, in maniera analoga, sarà una delle peculiarità di queste figure che avranno necessità di continua formazione, aggiornamento e sviluppo di nuove skills.

Il World Economic Forum lo dice chiaramente: il 65% dei bambini che sono oggi alla primaria, da grande farà un lavoro che oggi non solo non esiste, ma che nemmeno sappiamo immaginare Condividi il Tweet

Dobbiamo fare i conti con una realtà in cui il tasso di disoccupazione è salito dal 21% al 35% nell’utlimo decennio e nella quale, secondo McKinsey, scompariranno oltre 800 mila posti di lavoro entro il 2030 a causa dell’automazione e della robotica.

In questo scenario che appare, a prima vista, cupo e pessimistico per l’occupazione, c’è però una buona notizia:

le nuove aziende nel mercato della digital economy stanno piano piano sostituendo i vecchi ed obsoleti modelli richiedendo, come conseguenza, nuove figure al mercato.

Queste affermazioni vengono confermate anche dalla Kauffman Foundation, che riporta che le nuove imprese saranno responsabili per tutti i nuovi lavori (al netto dei lavori distrutti): le imprese tradizionali distruggono posti di lavoro al ritmo di un milione l’anno, mentre le nuove imprese creano mediamente tre milioni di posti di lavoro l’anno.

Di cosa avremo bisogno: figure ibride

In questo contesto lavorativo, in cui le competenze e le conoscenze diventano rapidamente obsolete, di cosa avremo bisogno per colmare le lacune richieste?

Avremo sempre più bisogno di figure ibride, di profili professionali in grado di relazionarsi con immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, umanità e tecnologia.

Si perchè la complessità del mutamento e trasformazione in atto, le loro ambivalenze e velocità ci stanno mostrato l’inadeguatezza degli attuali processi educativi e formativi, ma anche l’inconsistenza dei piani di studio riduzionistici e dei tradizionali modelli educativi frontali.

Ci sarà sempre più bisogno di empatia, capacità di analisi, pensiero critico, predisposizione all’aggiornamento continuo e capacità di apprendimento rapido.

In questo contesto il learning by doing (apprendimento esperenziale) diventa uno dei fondamenti per tale processo: l’esperienza del fare partendo da ridotte basi teoriche che si rafforzano sperimentando tali nozioni.

Il processo educativo ha già parzialmente iniziato la sua rivoluzione proponendo nuovi metodi e canali che spaziano dal social learning al mobile learning, permettendo una costante e continua formazione a-temporale e a-spaziale.

Le figure ibride per il mercato del lavoro

L’approccio educativo che idealmente dovrebbe essere preferenziale rispetto ad altri, sarà quello interdisciplinare; questo significa che dovremo avere buone doti di comunicazione così come competenze informatiche (coding, analisi di dati e di marketing).

Al tempo stesso dovremo avere menti elastiche pronte al cambiamento, un approccio al design thinking e, di base, una spiccata curiosità se non addirittura essere multipotenziali e saper applicare la leadership all’interno delle nostre organizzazioni.

All’ultimo World Economic Forum, Jack Ma, fondatore di Alibaba, sottolinea ulteriormente la sfida dell’educazione:

il sistema educativo pensato per la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo non è più adatto per la rivoluzione 4.0 del ventunesimo secolo. Condividi il Tweet

Le macchine possono apprendere più cose in poche ore di quante ne possa imparare un uomo in una vita (vedasi machine learning e l’artificial intelligence).

Diventa allora fondamentale insegnare valori, competenze, pensiero critico e indipendente, empatia, capacità di lavorare con gli altri e la capacità di continuare ad apprendere, per tutta la vita.

Il paradosso

Se, nonostante i dati sulla disoccupazione, le aspettative prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro grazie alle aziende che fanno innovazione, qual è il problema?

Il problema principale è che tali aziende in crescita non riescono a trovare figure qualificate nel loro segmento di mercato.

Già nel 2010, un rapporto Eurostat indicava che per i nuovi imprenditori la difficoltà di trovare lavoratori qualificati è un problema tanto significativo quanto l’accesso ai capitali.

Il settore della robotica, ad esempio, presenta una crescita annua del 10-15% richiede nuove competenze oltre che nuove conoscenze.

I profili maggiormente richiesti comprendono conoscenze di programmazione, design, comunicazione e analisi dati tanto difficili da trovare che alcune aziende, come la Comau, hanno deciso di creare le proprie accademie di formazione interne.

 

Il mondo del lavoro è in costante cambiamento e la domanda potrebbe sembrare stupida ma, chi di voi avrebbe immaginato, dieci anni fa, che una delle professioni più richieste dal mercato oggi sarebbe stata il data scientist?

Lifelong learning guys!

 

 

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