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Errore come ricalcolo del navigatore

Appena qualcosa va storto, nelle organizzazioni succede sempre la stessa cosa: si cerca il responsabile.​

Non la causa. Non la lezione. Il responsabile.

Il navigatore GPS non ti sgrida quando sbagli strada.
Non apre un’indagine interna. Non manda una mail al tuo capo.
Non ti chiede di compilare un report post-deviazione.

Ricalcola. E ti ridà una rotta.

Ogni volta che penso a come le organizzazioni trattano l’errore, mi torna in mente questa immagine. Perché la differenza tra un navigatore e la maggior parte delle aziende non è tecnologica — è culturale. Il navigatore ha un solo obiettivo: portarti a destinazione. L’errore di percorso è un dato, non un giudizio. Nelle organizzazioni, invece, l’errore è quasi sempre una storia — e di solito è una storia con un colpevole.

Perché l’errore viene vissuto così male nelle aziende? Cosa ci perdiamo quando lo trattiamo così? E cosa cambia, concretamente, quando impariamo a usarlo in modo diverso?


Come l’errore viene letto in azienda (e perché)

Non è una questione di cattiva volontà. Le organizzazioni non puniscono l’errore per sadismo: lo fanno perché i loro sistemi sono stati costruiti per farlo.

I sistemi di valutazione premiano la perfezione, non l’apprendimento.


In quasi tutte le organizzazioni, chi non sbaglia — o meglio, chi non fa vedere che sbaglia — avanza. Chi sperimenta e fallisce viene percepito come “rischioso”. Il risultato è prevedibile: le persone imparano a nascondere gli errori, non a gestirli. E un errore nascosto è uno spreco puro: non genera né correzione né apprendimento.​

La colpa è più semplice della comprensione sistemica.


Trovare un responsabile è veloce, richiede zero strumenti e soddisfa il bisogno immediato di avere una spiegazione. Capire come un processo, una struttura organizzativa o un contesto decisionale abbia generato le condizioni per quell’errore è più lento, richiede competenze di analisi sistemica e — soprattutto — richiede che nessuno si senta minacciato nel farlo. La maggior parte delle organizzazioni non ha né il metodo né la cultura per farlo.​

Il controllo soppianta la fiducia.


Quando un sistema non si fida dei propri processi — o delle proprie persone — ogni errore diventa una minaccia esistenziale. La risposta tipica è aggiungere controllo: più approvazioni, più procedure, più livelli gerarchici. Ma più controllo non elimina l’errore: lo sposta, lo ritarda, lo nasconde. Come scrive Amy Edmondson, la gerarchia gestita male è uno dei principali fattori che mina la sicurezza psicologica — quella condizione in cui le persone si sentono libere di segnalare problemi, porre domande, ammettere incertezze.​


Cosa ci perdiamo

Amy Edmondson, professoressa alla Harvard Business School, ha condotto uno degli studi più citati sul tema. Stava analizzando i tassi di errore in diversi reparti ospedalieri, aspettandosi che i team migliori ne commettessero meno. Trovò il contrario: i team più performanti riportavano più errori.​

La spiegazione era semplice e destabilizzante insieme: quei team non sbagliavano di più — anzi, spesso sbagliavano meno. Ma erano disposti a parlarne apertamente, a segnalarli, a discuterli. Gli altri team nascondevano gli errori. E nascondendo gli errori, perdevano ogni possibilità di imparare da loro.​

Quello che perdiamo, ogni volta che trattiamo l’errore come una colpa, è esattamente questo: l’informazione. L’errore è un segnale che ci dice qualcosa sul percorso che stiamo seguendo — sulla nostra struttura, sui nostri processi, sulle nostre assunzioni. Se lo sopprimiamo, quel segnale sparisce. E con lui, la possibilità di correggere la rotta.

C’è un’ironia amara in tutto questo: le organizzazioni che puniscono l’errore credono di tutelarsi. In realtà si rendono cieche.


Non tutti gli errori sono uguali

Prima di andare avanti, è utile fare una distinzione che spesso manca nel dibattito sull’errore in azienda.

Esistono almeno tre tipi di errori:​

  • Errori evitabili — quelli che derivano da disattenzione, mancanza di formazione o mancata applicazione di procedure note. Questi vanno ridotti, e la prevenzione ha senso.
  • Errori di esplorazione — quelli che accadono quando stai cercando qualcosa che non esiste ancora, quando sperimenti, quando provi strade nuove. Qui l’errore non è un segnale di fallimento: è parte integrante del processo.
  • Errori sistemici — quelli che emergono da contesti complessi, multifattoriali, dove non esiste una causa singola e dove la responsabilità è diffusa nella struttura, non concentrata in un individuo.

Il problema è che molte organizzazioni applicano la logica degli errori evitabili a tutti e tre i tipi. E così puniscono l’esplorazione come se fosse negligenza, e cercano un colpevole nei sistemi come se fosse una persona.

Questo non solo non funziona — è attivamente controproducente.​


Il ricalcolo come pratica organizzativa

Tornando al navigatore: ciò che lo rende efficace non è che non sbaglia mai la rotta. È che ha un sistema che processa l’errore in tempo reale e lo trasforma in una nuova direzione. Velocemente, senza giudizio, senza dispersione di energia.

Le organizzazioni che imparano più velocemente non sono quelle che non sbagliano. Sono quelle che hanno costruito strutture e rituali per leggere gli errori in fretta e aggiustare la rotta.​

Concretamente, questo significa tre cose:

1. Cambiare le domande dopo un fallimento.

La domanda “chi ha sbagliato?” chiude la conversazione. La domanda “cosa ci dice questo errore sulla nostra struttura e sui nostri processi?” la apre. Cambiare la domanda non è retorica: è il modo in cui si sposta il focus dall’individuo al sistema.​

2. Costruire rituali di debriefing.

Le retrospettive post-progetto non servono a distribuire voti. Servono a rispondere a tre domande: cosa doveva succedere, cosa è successo davvero e cosa abbiamo imparato per la prossima volta. Quelle tre domande, praticate con regolarità, costruiscono nel tempo qualcosa di raro: una memoria organizzativa viva.​

3. Distinguere spazi di controllo da spazi di sperimentazione.

Non tutto può essere un sandbox. Ma alcune aree — un progetto pilota, un team di innovazione, una fase prototipale — possono e devono avere regole diverse. In quegli spazi, l’errore non solo è accettato: è parte del metodo.​

Il navigatore non ricorda le strade sbagliate per punirti.
Le usa per calcolare una rotta migliore.

Il vero costo dell’errore in azienda non è quello diretto — il progetto andato male, il cliente perso, il budget bruciato. Il vero costo è quello invisibile: tutto quello che non si è imparato, tutto quello che si è nascosto, tutti i segnali che sono stati ignorati perché fare domande sembrava rischioso.

La domanda che mi faccio spesso, lavorando con le organizzazioni, è questa: quanta intelligenza collettiva stiamo sprecando ogni giorno per evitare di ammettere che qualcosa non ha funzionato?

Filippo Scorza
Filippo Scorza
Sono un digital enthusiast, ho un transponder sotto pelle, faccio volontariato digitale nei paesi in via di sviluppo e mi piacciono i progetti in beta!
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